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RECENSIONI
FIRMA
GIAVENESE PER UN QUARTIERE DELL’AVANA
Figlio di panettieri della “Ruà
Fasella”, emigrato prima negli Stati Uniti e poi a Cuba,
come segretario del console americano, Dino Pogolotti ha
lasciato nell’isola caraibica una “firma” e il suo nome,
nome che rimanda inequivocabilmente alle nostre zone.
La storia comincia nel 1879, anno di nascita di
Pogolotti, e prosegue fino ad oggi quando grazie
all’interessamento della Regione Piemonte si riscopre la
valenza del quartiere Pogolotti dell’Avana. Come per uno
scherzo del destino, la rivalutazione di Pogolotti passa
attraverso il figlio Marcelo, noto pittore, che nei suoi diari
parla del padre. Un imprenditore nato, Dino Pogolotti:
arrivato a New York nel 1895, lavora come cameriere e come
facchino, poi si improvvisa docente di francese e così
incontra l’allieva che diventerà sua moglie, Grace, di
buona famiglia e con ottimi contatti sociali. Da lì a
segretario del console americano a Cuba, nei giorni appena
successivi alla nascita della Repubblica, il passo è breve.
Ma le doti imprenditoriali di Pogolotti si
rivelano quando comincia ad interessarsi di edilizia. Compra a
prezzo ridicolo un vasto appezzamento di terreno a ovest della
capitale, produce da sé i laterizi, ha diverse imprese di
costruzione. Propone al governo la costruzione di un barrio,
un quartiere, per i più poveri, che potranno riscattare la
propria abitazione, e nasce così il quartiere che porta il
suo nome, squadrato, tipicamente piemontese, con casette
piccole ma funzionali e diversi spazi sociali. Un imprenditore
molto dedito al lavoro, austero quasi, ma con un occhio
rivolto al sociale, alle fasce di popolazione più povera che
arrivavano nella capitale da tutta Cuba, con tante speranze e
poche prospettive reali. Il quartiere Pogolotti, grazie alla
sua posizione particolare, un po’ isolata dal resto della
città, è sempre stato molto unito e solidale al suo interno,
come una piccola città. Ancora oggi si festeggia, a febbraio,
la nascita del barrio, che risale al 24 febbraio 1911, quando
furono sorteggiati i nomi dei futuri proprietari delle case. A
soli 50 anni Pogolotti, che nel frattempo si era lanciato in
altre imprese industriali, si ammalò e volle tornare a
Giaveno, in borgata Baronera, dove morì nel 1923.
Oggi un progetto dell’Università di Torino grazie
al Comitato Unicuba, ha prodotto una ricerca sul barrio e sul
suo fondatore, che ha dato vita anche a un volume da cui sono
tratte le notizie e le foto riportate “Dino Pogolotti, un
piemontese all’Avana”, Blu edizioni, che si può chiedere
in Regione.
LA MASCHERA DI FERRO, ENIGMA IRRISOLTO
Lo scrittore giavenese Mauro Minola ha presentato
venerdì 2 aprile il
suo ultimo libro “La vera storia della Maschera di Ferro”,
scritto in collaborazione con l’antropologo Massimo Centini
e pubblicato dalla casa editrice Susalibri di Sant’Ambrogio
(www.susalibri.it).
La
presentazione si è tenuta nei locali della nuova sede del Cai
in piazza Colombatti, ed è stata organizzata dal Cai, dalla
biblioteca comunale e dalla libreria “L’isola del
libro”.
Nel discorso di presentazione, Minola ha sottolineato
come la ricerca storica è stata condotta secondo lo schema
dell’indagine poliziesca, che è un po’ la novità
nell’ambito di un tema affrontato già da parecchi autori.
“Pensate che è il secondo argomento preferito dagli storici
francesi, dopo Napoleone”, dice Minola. Il primo a
parlare della maschera di ferro (che in realtà era di
velluto) fu il filosofo Voltaire, che utilizzò l’argomento
contro la monarchia assolutista. Egli conobbe la maschera di
ferro nel carcere della Bastiglia, ultima prigione per colui
che, tra le ipotesi più probabili, era un gemello o un
fratello mulatto del re Luigi XIV. La madre Anna d’Austria
aveva in effetti avuto una figlia mulatta che fu rinchiusa in
un convento dove veniva trattata con tutti gli onori.
Secondo Minola, era comunque frequente all’epoca
dei fatti (fine del XVII secolo) che i prigionieri venissero
mascherati; ciò che contraddistingue questa storia è però
la probabile origine nobile del recluso, sottoposto a regimi
di massima sicurezza, ma non ucciso perché poteva tornare
utile.
La presentazione è stata particolarmente
interessante anche perché parte della storia si svolge in
luoghi a noi vicini, Pinerolo ed Exilles, nei cui forti fu
recluso il misterioso prigioniero.
Maria Teresa Carpegna
Elisa Bevilacqua
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