IN GIAVENO - RECENSIONI - Aprile-04 week 15

RECENSIONI    

FIRMA GIAVENESE PER UN QUARTIERE DELL’AVANA

Figlio di panettieri della “Ruà Fasella”, emigrato prima negli Stati Uniti e poi a Cuba, come segretario del console americano, Dino Pogolotti ha lasciato nell’isola caraibica una “firma” e il suo nome, nome che rimanda inequivocabilmente alle nostre zone.

La storia comincia nel 1879, anno di nascita di Pogolotti, e prosegue fino ad oggi quando grazie all’interessamento della Regione Piemonte si riscopre la valenza del quartiere Pogolotti dell’Avana. Come per uno scherzo del destino, la rivalutazione di Pogolotti passa attraverso il figlio Marcelo, noto pittore, che nei suoi diari parla del padre. Un imprenditore nato, Dino Pogolotti: arrivato a New York nel 1895, lavora come cameriere e come facchino, poi si improvvisa docente di francese e così incontra l’allieva che diventerà sua moglie, Grace, di buona famiglia e con ottimi contatti sociali. Da lì a segretario del console americano a Cuba, nei giorni appena successivi alla nascita della Repubblica, il passo è breve.


Ma le doti imprenditoriali di Pogolotti si rivelano quando comincia ad interessarsi di edilizia. Compra a prezzo ridicolo un vasto appezzamento di terreno a ovest della capitale, produce da sé i laterizi, ha diverse imprese di costruzione. Propone al governo la costruzione di un barrio, un quartiere, per i più poveri, che potranno riscattare la propria abitazione, e nasce così il quartiere che porta il suo nome, squadrato, tipicamente piemontese, con casette piccole ma funzionali e diversi spazi sociali. Un imprenditore molto dedito al lavoro, austero quasi, ma con un occhio rivolto al sociale, alle fasce di popolazione più povera che arrivavano nella capitale da tutta Cuba, con tante speranze e poche prospettive reali. Il quartiere Pogolotti, grazie alla sua posizione particolare, un po’ isolata dal resto della città, è sempre stato molto unito e solidale al suo interno, come una piccola città. Ancora oggi si festeggia, a febbraio, la nascita del barrio, che risale al 24 febbraio 1911, quando furono sorteggiati i nomi dei futuri proprietari delle case. A soli 50 anni Pogolotti, che nel frattempo si era lanciato in altre imprese industriali, si ammalò e volle tornare a Giaveno, in borgata Baronera, dove morì nel 1923.

Oggi un progetto dell’Università di Torino grazie al Comitato Unicuba, ha prodotto una ricerca sul barrio e sul suo fondatore, che ha dato vita anche a un volume da cui sono tratte le notizie e le foto riportate “Dino Pogolotti, un piemontese all’Avana”, Blu edizioni, che si può chiedere in Regione.

  

LA MASCHERA DI FERRO, ENIGMA IRRISOLTO

Lo scrittore giavenese Mauro Minola ha presentato venerdì 2 aprile  il suo ultimo libro “La vera storia della Maschera di Ferro”, scritto in collaborazione con l’antropologo Massimo Centini e pubblicato dalla casa editrice Susalibri di Sant’Ambrogio (www.susalibri.it).

La presentazione si è tenuta nei locali della nuova sede del Cai in piazza Colombatti, ed è stata organizzata dal Cai, dalla biblioteca comunale e dalla libreria “L’isola del libro”.

Nel discorso di presentazione, Minola ha sottolineato come la ricerca storica è stata condotta secondo lo schema dell’indagine poliziesca, che è un po’ la novità nell’ambito di un tema affrontato già da parecchi autori. “Pensate che è il secondo argomento preferito dagli storici francesi, dopo Napoleone”, dice Minola. Il primo a parlare della maschera di ferro (che in realtà era di velluto) fu il filosofo Voltaire, che utilizzò l’argomento contro la monarchia assolutista. Egli conobbe la maschera di ferro nel carcere della Bastiglia, ultima prigione per colui che, tra le ipotesi più probabili, era un gemello o un fratello mulatto del re Luigi XIV. La madre Anna d’Austria aveva in effetti avuto una figlia mulatta che fu rinchiusa in un convento dove veniva trattata con tutti gli onori.

Secondo Minola, era comunque frequente all’epoca dei fatti (fine del XVII secolo) che i prigionieri venissero mascherati; ciò che contraddistingue questa storia è però la probabile origine nobile del recluso, sottoposto a regimi di massima sicurezza, ma non ucciso perché poteva tornare utile.

La presentazione è stata particolarmente interessante anche perché parte della storia si svolge in luoghi a noi vicini, Pinerolo ed Exilles, nei cui forti fu recluso il misterioso prigioniero.

Maria Teresa Carpegna

Elisa Bevilacqua

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