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RECENSIONI
Raccontare
un’esperienza: il Camino de Santiago de Compostela
Sala gremita venerdì scorso in biblioteca per
il racconto di Rosanna Collino Maritano sulla sua esperienza
del Cammino di Santiago de Compostela. Una grossa cartina
della Spagna e alcune diapositive hanno fornito le immagini,
ma la parte più interessante è stata quella dell’ascolto.
La stessa relatrice ha raccomandato di immaginare i
silenzi, il percorso interiore, il viaggio all’interno della
spiritualità che affrontare a piedi il Cammino comporta.
Maritano ha raccontato dell’incontro
con diverse persone, di tutto il mondo, rese tutte
uguali dalla fatica e dalla consapevolezza della propria
esperienza, delle amicizie che nascono e si mantengono nel
tempo, della condivisione di quel poco che ognuno porta con sé.
La freccia gialla e la conchiglia sono i due simboli
del Cammino, che aiutano a non smarrirsi mai. Una sola volta
Rosanna e un’amica hanno perso il sentiero, ma sono state
aiutate in modo inaspettato “Questo
è il Cammino, che ti sorprende sempre. Ogni persona porta la
sua energia che amplia quella del Cammino”, dice la
relatrice.
Poche
descrizioni delle città attraversate, Pamplona, Burgos e Leon,
per lasciare maggior spazio ai paesaggi della Navarra, della
Rioja, della Castiglia e
della Galizia, a volte verdeggianti, pieni di speranza, altre
volte desertici e deprimenti.
In conclusione, a Finis Terrae, dopo un approccio
deludente all’arrivo a Santiago, un po’ troppo
commerciale, si ritrova lo spirito giusto e si bruciano i
vestiti, prima di rientrare nel solito tran tran quotidiano.
Nelle foto, Rosanna Collino Maritano e la sua
“credencial” con tutti i timbri dei luoghi visitati.
Una tesi sul dissesto idrogeologico in
valle
Si è laureata al Politecnico di Torino, Facoltà di
Ingegneria, lo scorso 10 marzo con un bel 107/110. Marcella
Biddoccu, giavenese, ha presentato una tesi dal titolo
“Analisi del dissesto idraulico e geologico in Val Sangone”,
discussa con il professore di geologia applicata Dottor
Bottino e realizzata con la collaborazione del professor
Tropeano del Cnr.
Un bel lavoro, ricco di fotografie, grafici, disegni
e soprattutto una grande mole di dati raccolti, anche grazie
all’approfondimento negli archivi storici dei comuni di
Coazze di Giaveno.
Biddoccu ha scoperto che tra il 1721 ed oggi, la
valle è stata interessata da 31 eventi alluvionali
documentati, che hanno provocato molti danni, tra cui
ovviamente le frane, il suo principale oggetto di studio, e
che il 40 per cento di questi si è avuto in periodi
primaverili, il 60 in periodi autunnali.
Grazie alla raccolta dei dati, la neodottoressa ha
realizzato una Carta dei fenomeni di instabilità, che ha
permesso di individuare le frane sul territorio e di stabilire
quali sono le zone più a rischio.
Le zone con i danni maggiori sono risultate la valle
del torrente Sangonetto, la zona di Forno di Coazze, la zona
tra il ponte per Mollar dei Franchi e Dalmassi, il centro
abitato di Giaveno in particolare per la presenza dei rii
Ollasio ma anche Tortorello e Botetto, le vallate dei rii
Romarolo e Tauneri.
Biddoccu
ha poi esaminato un particolare tipo di colamento rapido, cioè
una frana che si chiama debris flow e ha la particolarità di
essere composta di molta acqua, per cui si comporta come un
fluido. La zona di attenzione si è quindi concentrata
sull’area del rio Brunello e del Rio del Parco, entrambi
affluenti del Rio Tauneri, particolarmente soggette a questo
tipo di frana. Nella zona del rio Brunello si verificò un
evento di colata detritica il 12 giugno del 1929: la
dottoressa ha analizzato la relazione del tecnico comunale
dell’epoca, anche perché il fenomeno danneggiò le prese
dell’acquedotto di Ca’ Verda.
La zona a valle di questi torrenti è abitata: da qui
l’interesse per lo studio del comportamento dei fiumi. A
volte bastano precipitazioni scarse ma continue per innescare
un problema: il terreno ha infatti una certa capacità di
assorbimento, una sorta di soglia che se superata conduce ad
eventi dannosi per l’uomo. Anche se l’uomo è spesso
responsabile, con la cementificazione o viceversa
l’abbandono di alcune zone.
Infine, Biddoccu ha simulato un evento al giorno
d’oggi. Nel presentare la sua tesi, tra le conclusioni, la
neodottoressa si augura che vengano sempre più messe in rete
le conoscenze dei dati pluviometrici e anche nivometrici, in
modo da facilitare gli interventi in caso di eventi franosi e
di calamità.
Nella foto, una frana del 2000 lungo il Tauneri.
L’Ula
Veja: incontro ai sapori del passato
La porta della cucina è aperta, di modo che tutti
gli avventori possano vedere Piera Favro affaccendarsi in
cucina. «Dove non ci
sono né cuocipasta, né friggitrici - tiene a precisare
subito la cuoca - e tutto viene rigorosamente cucinato al momento». Come quella
volta che una bimba, alle prese con le patatine, ha chiesto
della maionese: ha dovuto aspettare qualche minuto, il tempo
di farla con le uova “vere” e l’olio “vero”.
Il punto di forza de “L’Ula veja” è la cucina
casalinga, dove per casalinga si intendono tradizioni
culinarie tramandate da nonna a nipote, o raccolte dalle
bocche pazienti di zie, cugine e anziane signore che ancora
ricordano. Ricordano come si fanno le “siule piene”, le
cipolle ripiene, quelle dolci con il cacao, come è tradizione
di Coazze, la zuppa di grissini, o la minestra “marià”,
sposata, quella con le ortiche, i “capunet” ovvero gli
involtini di foglie di cavolo ripiene di carne. Tra le altre
prelibatezze proposte, le frittelle di pane, uva e gianduia o
le salsicce al barolo con purè di castagne.
I prodotti portati in tavola sono rigorosamente di
stagione, quindi le castagne si trovano solo in autunno e
inverno, le fragole solo d’estate: sembra una banalità, ma
in epoca di globalizzazione è invece una voluta rarità. «La
ricerca dei prodotti è molto importante per noi: siamo
inseriti nel circuito “Campagna amica” della Coldiretti, e
quindi i nostri fornitori garantiscono prodotti coltivati in
modo tradizionale e soprattutto la valorizzazione di prodotti
locali». Campagna amica è ormai un logo conosciuto e
ricercato, ma per quanto riguarda i ristoranti, l’Ula Veja
è il primo in
Piemonte a poterlo esporre, uno dei primi in tutta Italia ad
aver aderito. È un passo importante, perché permette di
creare una rete fra coltivatori e ristoratori.
Oltre ai fornitori della Coldiretti, Favro e la
figlia Claudia Giorgis si affidano ai produttori locali, in
particolar modo per quanto riguarda i formaggi: tra questi,
impossibile non citare il noto “Cevrin di Coazze”. Quello
che si può fare in casa, lo si fa, perché la filosofia delle
titolari, ed in particolare della Favro, è chiara: «Non mi stanco mai di lavorare, cucinare è la mia grande passione e
non mi stanca semplicemente perché adoro farlo». E
allora, ci si prepara il pane, anche alle noci, le marmellate
da utilizzare nelle crostate, oppure, come quella di uva
fragola, da accompagnare ai formaggi come una sorta di Cognà.
La
tradizione non esclude però un pizzico di innovazione: così
è, ad esempio, per le crespelle di seirass e castagne, o per
il “chantibruss”, un delicato bignè ripieno di bruss, il
formaggio forte tipico della zona.
La famiglia di Piera Favro è di origine valsusina, e
ha la ristorazione nel sangue, ma solo dopo anni di esperienza
tra bar e cremerie, nel 2003 è arrivata la decisione, il
grande salto verso un ristorante. Complice anche l’aver
trovato un locale adatto, arredato poi con paziente ricerca.
«Molti dei mobili che compongono l’arredamento arrivano dal
solaio di famiglia, e abbiamo speso molto tempo per cercare
tavoli grandi, comodi, sedie adatte, e anche, perché no, le
giuste fotografie da appendere alle pareti». Che infatti
ritraggono scorci della Giaveno di qualche anno fa, con la “scionfetta”,
il trenino, ed edifici che non ci sono più.
L’inaugurazione del locale è avvenuta a settembre,
e da allora intorno all’Ula Veja si è raggruppata una
“grande famiglia”, anche grazie al prezioso lavoro di
marketing di Claudia, laureanda in economia, che si preoccupa,
senza impegno, di informare delle varie serate a tema o delle
altre iniziative del locale, come le merende sinoire in cui si
uniscono alle acciughe e ai tomini anche delle succulente
zuppe. «Ma il lavoro di marketing è in realtà un “di più”, poiché
siamo convinte che la miglior pubblicità sia la soddisfazione
del cliente», concludono.
A sinistra, il logo
La locanda dl’Ula Veja
Via Viassa 30
(di fianco all’ex bocciodromo) – Giaveno
Telefono: 011/
9374153, 335/ 6490150
È gradita la
prenotazione. A richiesta, si cucinano cervo e cinghiale.
Nelle serate a tema, sono a disposizione menù alternativi.
Elisa Bevilacqua
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