Giaveno ha un'origine molto antica: con
tutta probabilità la sua fondazione è da attribuire alla
famiglia latina dei Gavii di Augusta Taurinorum (Torino),
che nella valle ebbero una villa rustica con un fondo
agrario di notevole estensione.
L'origine romana è avvalorata da alcuni ritrovamenti: un
tratto di lastricato venuto alla luce durante gli scavi per
la fognatura in via Pacchiotti, presso il ponte del
Tortorello, e gli avanzi di una tomba romana del I secolo d.
C., ritrovata nel 1979 presso la cappella del Bussone della
frazione Villa.La prima citazione storica appare pero nella
Cronaca di Novalesa, quando viene descritta la strada
percorsa da Carlo Magno nel 773 d. C. per aggirare le famose
Chiuse longobarde della Valle di Susa (Chiusa S. Michele),
dove lo attendevano le truppe del re Desiderio.
Nell'estate del 773 l'esercito franco si mosse verso
l'Italia. Alla fine di agosto Carlo valicò il Moncenisio e
scese alla Novalesa, dove sostò, in attesa che la
cavalleria e l'altra colonna, guidata dallo zio Bernardo,
attraverso il Gran San Bernardo raggiungesse la pianura di
Ivrea.
Radunati
tutti i suoi uomini, il Re franco formò due distaccamenti:
il primo avrebbe attaccato frontalmente le difese longobarde
delle Chiuse, il secondo, ben più consistente, le avrebbe
aggirate, passando per un sentiero che saliva
sulla cresta del versante orografico destro della valle. Il
secondo distaccamento abbandonò i sentieri conosciuti
seguendo un percorso «lungo la cresta di un monte e questo
cammino fino ad oggi si chiama Via Francorum». Quindi «discesi
dal monte, giunsero in un villaggio della pianura il cui
nome era Vicus Gavensis (Giaveno), ed ivi radunatisi,
schierarono l'esercito contro Desiderio».
Le truppe, raggiunta l'area attorno
all'odierna Villar Focchiardo, affrontarono la salita su uno
dei sentieri che seguono il corso del torrente Gravio;
giunti sulla cresta spartiacque tra la Valle di Susa e la
Val Sangone, valicarono uno di questi facili colli e scesero
nel la pianura dove sorgeva Giaveno, da cui si poteva
raggiungere Avigliana e la zona retrostante delle Chiuse
longobarde. Non si sa con certezza quale sia stato il valico
scelto da Carlo Magno: probabilmente i Franchi passarono per
il Colle Bione, a monte di Sant'Antonino, o per il Passo di
Pian dell'Orso, non lontano dal vallone del Gravio. Non si
sa neppure se vi fu una vera battaglia: le cronache
raccontano che Desiderio immaginava di avere davanti a sé
gli avversari pronti allo scontro; quando si accorse che
quelle che aveva di fronte non erano che scarse avanguardie,
mentre l'avversario lo aveva aggirato alle spalle e stava
per piombargli addosso con i suoi migliori fanti, saltò a
cavallo e fuggì con i suoi soldati a Pavia.
Il borgo è citato ancora in due
documenti: uno del 31 luglio 1001, in cui l'imperatore
Ottone III lo comprende tra i beni feudali del marchese
Olderico Manfredi Il, discendente di Arduino Glabrione;il
secondo in un diploma del 1031, nel quale si accenna a una
chiesa di S. Martino spettante ai monaci del convento
torinese di S. Solutore. Il 22 giugno 1103 il conte Umberto
Il di Savoia dona il territorio di Giaveno all'abbazia di S.
Michele della Chiusa. La donazione sarà confermata nel 1209
dal conte Tommaso 1, dopo la breve parentesi in cui anche S.
Michele era passata sotto la signoria del vescovo di Torino
Carlo 1, insieme alla città ed al territorio adiacente, per
il diploma imperiale emanato da Federico Barbarossa durante
una delle sue discese in Italia (1159).
Già nei documenti del XIII secolo si
accenna all'esistenza di un castello nella parte più
elevata del borgo; verso la metà del secolo XIV l'abate
Rodolfo di Mombello fece fortificare il nucleo antico
dell'abitato, cingendolo di mura alte due trabucchi (circa 6
metri), intervallate da torri circolari.
Con Amedeo VI, il Conte Verde, la
dinastia sabauda ottenne dalla Santa Sede la soppressione
degli abati di S. Michele e la trasformazione dell'abbazia
in una commenda (1379), cioè in un'istituzione religiosa
assegnata in qualità di feudo a un ecclesiastico ben visto
dalla corte sabauda, con tutti i redditi che essa produceva.
I Savoia divennero i veri signori della Sacra, della quale
nominavano gli abati commendatari.
Il dominio sabaudo subì una lunga interruzione a partire
dal 1536, quando il Piemonte, durante la guerra tra
l'imperatore Carlo V e Francesco 1 di Francia, fu inva so
dall'armata francese e incorporato nella corona d'oltralpe.
Le valli di Susa e del Sangone furono sottoposte al
controllo degli uomini del governatore di Torino Carlo
Cossè di Brissac.
Solo nel 1563 Emanuele Filiberto, dopo
la vittoria di San Quintino (10 agosto 1557), poté
rientrare a Torino e recuperare interamente i controllo del
suo Ducato. A Giaveno, si ricorda di questo periodo la
fondazione del celebre Seminario, dovuta al cardinale Guido
Ferrero di Masserano, allora abate commendatario di S.
Michele. Egli varò la‑nuova istituzione il l'
dicembre 1571, con un atto firmato nell'antico castello, che
inizialmente ne divenne la sede. Fu un'istituzione di grande
prestigio per il paese e per il Piemonte, dove
scarseggiavano ancora le scuole pubbliche. Faceva eccezione
proprio Giaveno che, unico dei comuni vicini, aveva anche
una scuola municipale pubblica a pagamento, già fiorente
nel 1482.
Un altro fatto memorabile fu la sosta
che, nell'ottobre del 1578 fece nel castello il cardinale di
Milano S. Carlo Borromeo, invitato dal Ferrero a visitare la
Sacra di S. Michele, dopo l'ostensione della Sindone
avvenuta a Torino nello stesso anno. Nel luglio 1586 Carlo
Emanuele I e la giovane moglie Caterina, per sfuggire al caldo della città, soggiornarono
alcuni giorni nel castello, sebbene fosse assai modesto.
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