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Da questo momento esso diventò una
delle residenze preferite per i soggiorni estivi della corte
sabauda, soprattutto per opera del principe Maurizio di
Savoia, figlio del Duca, che restaurò l'edificio a proprie
spese e della Comunità giavenese.
Nel 1611 la Comunità fece abbattere
l'antica chiesa di S. Lorenzo, che aveva origini medievali e
minacciava rovina, dando faticosamente avvio alla
costruzione della nuova parrocchiale in onore del secondo
patrono della cittadina, S. Antero, le cui spoglie erano
state portate a Giaveno e donate al Comune dall'abate
Vincenzo Claretta.
I Sindaci e tutta la popolazione
accorsero devoti alle funzioni ed ai festeggiamenti del 24
luglio per la solenne traslazione in S. Lorenzo, che si
concluse con la processione, a cui partecipò anche
monsignor Giovanni Botero, il famoso storico, filosofo e
statista, che allora rivestiva la carica di abate
commendatario di S. Michele della Chiusa; proprio in quello
stesso anno la lasciò in favore del diciottenne cardinal
Maurizio di Savoia. Con questo Principe, che abbandonò
presto gli abiti talari per prendere parte alle vicende
politiche del Ducato, il destino del famoso cenobio cambiò
radicalmente. Maurizio, constatato che la situazione del
monastero si era andata progressivamente degradando con un
costante depauperamento dei beni e dei monaci presenti,
preferì chiederne a Papa Gregorio XV la soppressione, a
favore dell'erezione dell'importante Collegiata dei canonici
di S. Lorenzo a Giaveno. La bolla papale del 10 dicembre
1622 sancì la cessazione di ogni pratica religiosa
dell'antica abbazia. Tuttavia la commenda continuò ad
esistere e ad essere regolarmente attribuita fino all'inizio
del XIX secolo; fu insignìto di questo titolo, tra gli
altri personaggi di spicco della dinastia, anche il principe
Eugenio di Savoia.
Intanto al Comune, con decreto del 19
febbraio 1614, fu ufficialmente concesso l'uso del suo
antico stemma, consistente in una stella a sei raggi in
campo azzurro. Il XVII secolo fu però per Giaveno e la sua
valle anche un periodo di guerre e dì tristi vicende: le
scorrerie dei Francesi che calavano dal Colle della Roussa,
confine con il vicino Delfinato, portò alla realizzazione
di due piccoli forti nell'alta valle, il Forte di S. Moritio
presso il Colle della Roussae il Forte di S. Carlo a Coazze,
nel luogo dell'antico castello.
Terribili furono le incursioni del
generale francese Nicolas Catinat, sceso con i suoi uomini
dal Colle del Besso, sul quale aveva fatto costruire un
lungo trinceramento per difendere il confine col Piemonte.
Nel 1691 e nel 1693 egli attaccò in più riprese il borgo e
le numerose frazioni, saccheggiando il castello e le chiese.
Nel XVIII secolo, venuto ormai a
mancare l'interesse della corte per il castello a favore di
altre residenze ben più sontuose, Giaveno ritrovò un ruolo
nella crescita dell'ìndustria e dell'artigianato: nel 1736
si contavano ben sette fornaci da terracotta, quattro
fabbriche di colla, dodici concerie di cuoio, una tintoria
di tela, una di cappelli e una di nastri, quattro fucine in
ferro, dodici officine da fabbro ferraio, sei fornaci da
calce e da laterizi. In quell'anno iniziò la costruzione
del tipico campanile a guglia e in cotto, caratteristico
simbolo di Giaveno, modificato nel secolo XIX per le lesioni
subite dalla cuspide della struttura terminale.
Dopo la breve ma intensa parentesi
della Rivoluzione francese che vide nella cìttadina
l'erezione degli alberi della Libertà il 22 dicembre 1798,
Giaveno e la sua valle seguirono le sorti del Regno di
Sardegna e dell'Italia.
Altre importanti pagine della storia
della valle furono scritte nel periodo della Resistenza
(1943‑45), che vide i partigiani e l'intera
popolazione sollevarsi contro la feroce oppressione
nazifascista. Per tali episodi di riscatto e di ribellione
nei confronti della dittatura e dell'occupazione nemica,
alla cittadina è stata conferita la medaglia d'argento al
valore militare dal presidente della Repubblica Oscar Luigi
Scalfaro (1997).
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